Madonna del Rosario, Guarino XVII sec.

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Questa splendida opera, ad olio su tavola, è stata realizzata dall’artista barocco Francesco Guarini (o Guarino ) presumibilmente nel 1645 ed è custodita all’interno di una cappella presso il Santuario di Santa Maria Materdomini, in Nocera Superiore (SA); probabilmente commissionata dalla Confraternita del SS. Rosario.

Essa, non è la prima versione realizzata dall’artista visto che ne dipinse un’altra presso la parrocchia di Sant’Andrea di Solofra (AV), in seguito derubata, ed una terza nella collegiata di San Michele Arcangelo della medesima città.

La tavola ritrae la Vergine col Bambino situati al vertice di una piramide immaginaria all’interno della quale sono presenti gli altri personaggi molto espressivi: San Pio V, San Domenico, San Tommaso d’Aquino, Santa Chiara e Santa Caterina da Siena. Lo sfondo posto dietro a questa moltitudine di soggetti è quello di matrice barocca: tendaggi rosso sangue ( del relativo periodo) spostati dagli angeli, una colonna corinzia a destra, un altarino in pietra che pone in posizione sopraelevata la Vergine e uno scorcio di cielo azzurro dal quale dovrebbe penetrare un flebile raggio di luce visto che, in realtà, la vera luce proviene da Maria Vergine che emana un bagliore giallo arancio molto vivace. Questo dettaglio, però, lascia trasparire una “dose” di stile tardo manierista che tende a confondermi sull’eventuale “purezza” barocca dell’opera.

San Tommaso d’Aquino, essendo stato uno dei massimi teologi e filosofi della storia, è dipinto con in mano un libro, probabilmente la Bibbia, che custodisce la Parola, la Profezia. San Domenico, invece, riceve dalla Vergine un rosario da utilizzare come strumento per debellare gli eretici albigesi del 1200, quindi attraverso la Parola e la Fede e non con le armi. Alle sue spalle c’è San Pio V, uno dei protagonisti della Controriforma e della battaglia di Lepanto del 1571, dipinto con una lunga barba e con in mano un crocifisso. Infine, sulla destra, sono presenti Santa Caterina da Siena con un libro ed un giglio bianco in mano (relativamente simboli di sapienza e di purezza ) e Santa Chiara d’Assisi in penombra, a malapena percepibile.

Un dipinto molto teatrale visto l’elevata presenza di soggetti in uno spazio molto ridotto ma illuminato, intenti ognuno ad instaurare un proprio rapporto con la Vergine Maria che, nonostante ciò, siede in una calma e serenità a dir poco “divina”.

P.S. Per la foto si ringrazia la comunità francescana dell’adiacente convento, custode della Basilica di Materdomini.

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“Madonna del cardellino”, Raffaello 1506 circa

La “Madonna del cardellino” è un dipinto realizzato ad olio su tavola dall’artista Raffaello Sanzio conservato presso gli Uffizi a Firenze.

In questo dipinto il ruolo predominante è assunto dalla Vergine, poiché ella si trova al centro della tavola in una posizione che si potrebbe definire “piramidale” rispetto alle altre due figure, ovvero iOl San Giovannino e il Gesù bambino. Dall’alto e con la mano in segno di raccolta, la donna protegge e supervisiona i due piccoli, funzione tra l’altro accentuata dal suo sguardo posto verso loro.

I due bambini sono concentrati sul cardellino, un uccellino caratterizzato da un canto melodioso e da un aspetto meraviglioso. Ma la sua presenza non sta ad indicare solamente armonia e bellezza nella scena, bensì esso è anche portavoce di una leggenda. Infatti, si narra che un cardellino si posò sulla corona di spine del Cristo e, nell’atto di estrarre una delle spine, si ferì macchiandosi il volto di rosso, caratteristica che ancora oggi possiede. Pertanto San Giovanni offre al Bambino questo simbolo della “passione”. Ma questo uccello lo si ritrova anche nella cultura pagana, infatti esso rappresenta l’anima dei defunti che si eleva in cielo e vola verso l’altro mondo. Inoltre, nella mitologia greca, Ovidio, ci racconta che una delle figlie di Pierio re di Emazia di Macedonia, ovvero Acalantide, fosse stata trasformata in cardellino da Atena dopo che avesse sfidato le Muse in una gara di canto.

Invece, il libro aperto che la Madonna tiene nella mano sinistra, probabilmente è la Bibbia, che sta ad indicare la “lettura del passato” e la profezia dell’avvento del Cristo.

Anche dal paesaggio si potrebbe ricavare un significato che l’artista vorrebbe comunicarci. I fiori bianchi nel prato in primo piano, simboli di purezza della Vergine, oppure il ponte sullo sfondo, struttura che collega due realtà, due mondi: cielo e terra. Il termine, infatti, è utilizzato anche per indicare il Capo della Chiesa: pontefice.

Infine, i colori sublimi, l’azzurro dell’armonia e il rosso della passione e del sangue di cristo, incarnati nelle vesti di Maria…il paesaggio limpido, calmo e silenzioso alle proprie spalle: non un uccello in volo nel cielo, non un soffio di vento, non un onda nel fiume…infine, le nuvole che si fanno da parte per accogliere Maria. Ecco il nostro Raffaello, l’artista che ha saputo rappresentare la quiete e la bellezza per eccellenza.

Resurrezione, Piero della Francesca 1450-63,

“Resurrezione” è un affresco realizzato dall’artista Piero della Francesca nell’attuale museo civico di Sansepolcro, all’epoca palazzo del governo e città sotto il dominio fiorentino della famiglia Medici.

L’affresco mostra al centro la figura del Cristo che risorge dal sepolcro. Infatti egli si staglia con una gamba al di sopra della lastra in pietra mentre con la mano impugna un’asta con la croce di San Giorgio, simbolo utilizzato dai crociati e icona della cristianità. Cristo è il protagonista della scena e mentre mostra in gran vista la bandiera, simbolo di vittoria, al di sotto i tre soldati romani sono intenti a dormire. Ciò potrebbe simboleggiare che Gesù veglia e vigila su di noi anche quando dormiamo.
Invece, il quarto personaggio, non è un soldato romano bensì Piero della Francesca stesso. Egli è l’uomo che ha il viso posto sull’asta ponendosi così a contatto con Gesù, egli si trova sotto la sua protezione.

Un ultimo punto di interpretazione è presente nuovamente nel corpo di Cristo. Come lasciano suggerire le pose dell’artista e dei soldati è possibile immaginare un triangolo invisibile in cui Cristo si trova al vertice, all’inizio e alla fine, all’alpha e all’omega. Ma non solo. Gesù irrompe nella scena improvvisamente mentre alla sua destra è presente un paesaggio morto, triste e desolato. Alla sua sinistra, invece, gli alberi sono rigogliosi e in perfetta forma, quasi a simboleggiare che al suo passaggio il mondo sarà un luogo prospero. Infatti il cielo alle sue spalle mostra delle nuvole grigie (ambo i lati) così da far identificare Cristo come un sole che sorge e che illumina, sia il mondo sia le anime.

Sacrificio di Isacco, Guarino F. prima metà XVII sec.

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L’artista Felice Francesco Guarini ( o Guarino ) , fu un esponente del barocco che operò in Campania, in particolare nel territorio dove nacque , ovvero Solofra (AV) .

Questo dipinto realizzato ad olio su tela, conservato presso la pinacoteca di Salerno, intende narrare una delle scene bibliche più note, ovvero quella del sacrificio di Isacco narrato nel libro della Genesi. Abramo, come prova di fedeltà verso Dio, è chiamato da quest’ultimo ad immolare il proprio figlio, Isacco, in suo nome. In realtà Dio intende solo mettere alla prova l’uomo, ed infatti nell’attimo in cui sta per verificarsi il sacrificio un angelo giunge dal cielo per bloccare l’azione. Abramo si volta verso la figura divina con uno sguardo esterrefatto mentre il figlio giace bendato in attesa della propria uccisione.

Il Guarini, che si era formato sotto l’influenza del Caravaggio, ha dipinto questa scena con la medesima caratteristica, ovvero rappresentando i soggetti estrapolati dalla scenografia circondandoli in penombra per far sì che lo sguardo si concentri sulle loro figure.

L’angelo di Dio interrompe l’uccisione tempestivamente e con rapidità, come suggerisce la capigliatura all’indietro, afferrando Abramo per la manica della tunica. Solo questa figura divina risulta “colorata” , essendo vestita da un manto blu e giallo e diventando quasi il vero soggetto della tela. L’angelo altro non è che un’incarnazione di Dio il cui sguardo incrocia quello di Abramo, che solo in quel momento comprende il “bluff”. Perché di quello si trattava, in realtà.

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(Particolare di Isacco e dell’ariete)

Così la lama del pugnale rimane a mezz’aria, perpendicolare al corpo di Isacco, un giovane sano e robusto come si può facilmente notare, ed opportunamente bendato dal padre per non assistere alla propria fine. La scena si interrompe qui anche se nell’istante successivo l’angelo mostrerà ad Abramo un ariete da sacrificare al posto del figlio. Ciò che ha voluto rappresentare l’autore in quest’opera è la fedeltà verso Dio e la testimonianza che la sua volontà non sempre è “chiara” e comprensibile ai fedeli perché in realtà essa la diventa soltanto dopo, col tempo…

PS si ringrazia il personale della pinacoteca per il permesso concesso.

Fonti: enciclopedia Treccani, la Bibbia.

La flagellazione di Cristo, Caravaggio 1608 circa;

Questa splendida opera conservata a Napoli, dipinta ad olio su tela, venne realizzata da Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, tra il 1607 e il 1608. Una seconda versione della flagellazione, con soggetti in pose diverse, si trova in Francia.

La figura del Cristo legata ad una colonna, percepibile appena, “taglia” in due la tela. Il Cristo flagellato si situa al centro del dipinto, rendendosi così, protagonista della scena. I tre torturatori presentano relativamente tre visi visibili progressivamente, quasi come se Caravaggio avesse voluto ritrarre una sequenza. Il primo, che chino è intento a preparare la frusta, ha il volto oscurato, tale da non mostrare la propria espressione. Invece, quella del tizio stempiato posto a destra, è in penombra. Infatti a stento si nota il profilo senza, però, comunicarci la propria emozione. Solo il viso del terzo uomo, colui che flagella, è abbastanza illuminato tale da rivelarci un’espressione malefica e di odio. Il volto quasi demoniaco, ritengo possa riferirsi all’incarnazione delle forze del Male che vogliono presenziare alla sofferenza del condannato.

La fonte luminosa, come tipico del Caravaggio, proviene da un punto esterno al dipinto, invisibile e misterioso. Essa illumina il corpo bianco del Cristo, ancora estraneo alle ferite della fustigazione. Quindi la scena ritrae l’attimo poco precedente alla tortura. Questo dettaglio ( che solo io ho notato ) ci fa comprendere il momento esatto in cui si svolge la situazione. Insomma, Caravaggio ha voluto lasciare questo “indizio” cronologico.

Che dire. Il gioco di luci e ombre rende enigmatico e sublime uno dei momenti più toccanti della vita di Gesù. Egli, rimane immobile rispetto agli altri personaggi, in attesa di ciò che lo attende. Infatti l’uomo demoniaco lo tiene per i capelli, ma Cristo non oppone resistenza. Egli sa bene che dovrà tornare alla casa del Padre. Questa consapevolezza è ciò che ha voluto comunicare l’artista.

Ma anche Caravaggio è consapevole della propria. Infatti, l’artista era braccato dalle autorità pontificie per un omicidio, oltre che dai Cavalieri dell’Ordine di Malta. Egli, come Cristo, sapeva bene che sarebbe morto. Questo dipinto, così come gli altri, rispecchia la rassegnazione dell’autore.

Infatti, la morte dell’artista è un mistero. Si ipotizza che sia stato ucciso da alcuni sicari.

San Michele che sconfigge i giganti, Solimena F. 1680 circa

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Nella chiesa di San Giorgio, situata in uno dei vicoli di Salerno, è possibile visitare molti quadri, stucchi ed affreschi per la maggior parte realizzati da un grande artista locale vissuto nella metà del Seicento ed espressione del barocco, ovvero Francesco Solimena. All’interno della chiesa, ex monastero benedettino del IX sec., non si può non rimanere stupiti dal dipinto “San Michele che sconfigge i giganti”, espressione della scuola napoletana del periodo e della maestria dell’artista Solimena, che tra l’altro era anche un architetto a cui si deve la realizzazione del campanile della cattedrale di Nocera Inferioree.

Il dipinto in questione è molto suggestivo e colpisce soprattutto il punto di vista dell’osservatore che da un angolatura opposta a quella della fonte luminosa, ovvero in basso a sinistra, assiste alla scena dell’arcangelo nell’atto dell’assassinio. La sua figura è posta in risalto dall’autore poiché è realizzata con toni più luminosi rispetto al resto della scena che si verifica, guarda caso, nelle tenebre. L’ arcangelo, cui la fede cattolica attribuisce il ruolo di “comandante” delle milizie di Dio, è spesso raffigurato con un’armatura ed un tessuto rosso, oltre che nell’atto di impugnare una spada o una lancia. In questo caso, i giganti schiacciati dalla sua luce, rappresentano l’incarnazione del male e nella Bibbia, in primis nella Genesi, si ritrovano numerose citazioni di questi antichi dominatori della Terra. Di essi, però, si narra anche nei miti dell’antica Grecia e in altre culture.

 

PS si ringrazia il personale della rettoria di San Giorgio per il permesso della foto.

Fonti: enciclopedia Treccani, la Bibbia.

Incendio in città, G. Dottori 1926

Il dipinto “Incendio in città” venne realizzato dall’esponente futurista Gerardo Dottori nei primi anni del Novecento. L’artista perugino, che prima di seguire la corrente futurista si era dedicato alla rappresentazione di soggetti sacri, si caratterizzò per lo stile definito “aeropittura”. Questa tecnica, come può suggerire il nome, sta ad indicare un tipo di rappresentazione in cui il punto di vista proviene dall’alto, come se ci si trovasse su un mezzo aereo. Pertanto tutti i dipinti aeropittorici rappresentano paesi, aerei e paesaggi privi di una vera e propria prospettiva poiché “deformati” ed incurvati quasi a suggerire la forma della Terra o meglio, il movimento. Dinamicità, moto ed energia sono le caratteristiche dei dipinti di Dottori. In quest’opera si può notare un borgo cittadino che brucia a causa di un incendio. Le fiamme, ai piedi della chiesa, irrompono nella notte illuminando il centro del paesino. Esse sono rappresentate come figure geometriche appuntite, suggerendo così il dolore e il male. L’agglomerato cittadino concentrico sembra quasi voler “contenere” l’incendio quasi fungendo da barriera con le proprie pareti squadrate. Ciò, infatti, era una caratteristica di molti borghi medievali che sfruttavano la morfologia urbana come sistema difensivo. Il fumo che si origina, invece, è rappresentato anch’essi con cerchi che si intersecano tra loro e che si libra nel cielo lungo il campanile. L’opera pare suggerire silenzio e compostezza, quasi tranquillità visto l’assenza di figure umane o danni. Una sovrapposizione di abitazioni nitide, ben delineate e quasi indistruttibili in attesa, probabilmente, di resuscitare come l’araba fenice.